Padre,
La prima volta che ho desiderato essere madre è stato subito dopo la vostra morte. Volevo avere la mia occasione di possedere una famiglia come la volevo io, creata intorno a me, i miei bisogni e le mie aspettative. Volevo replicare quello che avevate fatto voi, per lasciare, un giorno, bambini sperduti totalmente incapaci di prendere decisioni. Ma non era il momento giusto, l’ho capito da sola.
Ora mi ritrovo di nuovo ad affacciarmi a questa finestra sul mio futuro, chiedendomi se il vuoto che sento è in realtà voglia di maternità o se, piuttosto, voglio un figlio perchè mi sento sola.
È la cultura dominante che mi urla addosso di sbrigarmi perché ho già 38 anni? È perchè le mie amiche ci stanno provando? Riuscirò mai a smettere di cercare l’approvazione degli altri per definire la mia identità?
Eppure, sarebbe bastato poco sforzo da parte vostra, un po’ di ascolto durante l’infanzia, qualche serata passata non davanti alla televisione, altrove, ovunque. Sarebbe bastato qualche abbraccio in meno e solo qualche parola di conforto in più, da parte vostra, e da parte mia. Come fare a odiarvi se i vostri abbracci erano così rassicuranti e non ne avevo mai abbastanza? Come amarvi senza nuvole se ogni parola che vi usciva dalla bocca era un tentativo di dimostrare la vostra superiorità?
Sono diventata Voi.
Ogni conversazione deve essere un episodio in cui io dimostro di essere intelligente, urlo al mondo di amarmi per ciò che sono sforzandomi di continuo per essere ciò che gli altri vogliono, per stare in pace con me stessa, sapere di aver fatto tutto per bene, non aver dato occasioni di preoccupazione, a nessuno, e intanto io mi perdo, annego tra le cose forzate di cui riempio le mie giornate. E l’unico momento in cui riesco a respirare, me ne vergogno, perchè come mi sono azzardata a uscire dello schema? E se succede qualcosa? Sarà colpa tua. È sempre colpa tua, questo mi dice il vostro sguardo nei miei ricordi.
Perché non potevamo essere buoni amici, io e voi? Raccontarci tutto, senza timore di giudizi, starci vicini, dare affettiva consistenza ai nostri abbracci, che invece erano fatti solo di carne.
Perché voglio che tutti mi guardino quando soffro eppure rifuggo gli sguardi di tutti fino a scomparire? Cosa devo farci con tutta questa tristezza, padre?
Non sarei mai tornata vicina a voi, mai. Sarei diventata, come voi diceste una volta, una di quelle persone che emigrano al nord e quando tornano odiano la Sicilia. Certo, perché per me, la Sicilia, eravate voi. Bella solo da lontano, fonte di aneddoti per risultare divertente durante una serata, il punto di partenza dal quale affrancarsi. Sì, sono siciliana ma. Volevo essere un anti-pregiudizio, distruggere le convizioni sbagliate su questa terra abbandonata, anche da me, non ascoltare i suoi bisogni, agire in base a convinzione ereditate. Proprio come voi avete fatto con me.
Sono andata via dalla Sicilia perchè avevo paura di non saperla gestire, in me. Ho fatto il vostro stesso percorso. Via, lontano, se la caverà da sola. Ma il tarlo del rimorso era lì, a ogni telefonata, ogni festività di merda passata da sola. Poi tornavo e non vedevo l’ora di ripartire. L’ultimo giorno era sempre il migliore, perchè era l’ultimo, era più semplice lasciar correre sulle cose, l’indomani sarei tornata alla mia vita e si sarebbe chiusa la parentesi, fino alla prossima volta in cui la mancanza avrebbe cancellato il dispiacere e l’amarezza dai miei ricordi, e la presenza ne avrebbe creati di nuovi.
Oddio forse è questo, avere figli. Decidere di avere a che fare per tutta la tua vita con gente che ami e odi perchè non sono te, persone che non scegli di frequentare, a un certo punto fanno parte di te e non puoi fare altro che oscillare tra il dolore e la gioia estrema per tutte le volte che ti sorprendono. Alla fine, un giorno, sei tu a sorprendere loro, andandotene via e privandoli dell’abitudine a oscillare. Li lasci fermi, lì, a cavarsela da soli, anche se ti hanno sempre e solo chiesto questo.
È questo che ho fatto a mio padre, alla Sicilia, andandomene. È questo che ho deciso di fare, per me stessa.
E poi sono tornata. Quando ho visto che la Sicilia poteva esistere anche senza mio padre, forse anche io potevo farcela, spezzare questo circolo vizioso, rinascere siciliana in Sicilia, guardare tutto con occhi nuovi, senza il filtro paterno.
O forse ho solo avuto paura di perdermi anche la morte di mia madre, sicurissima che lei lo avrebbe seguito immediatamente, ora che la morte era entrata nella nostra famiglia dalla porta principale, era venuta per restare.
Non so quante notti ho passato a ragionare, un moto incessante della mente molto simile a una preghiera ma senza la speranza che si addice ai credenti, immaginando cosa avrei dovuto fare e dire quando sarei rimasta orfana. Ero certissima che sarebbe successo a breve, dovevo allenarmi il più possibile per essere pronta al peggio. La mia mente matematica è andata in tilt.
E mentre ero lì a cercare di capire perché mi stessi pentendo di tutte le scelte importanti della mia vita, ecco che scoppia una pandemia mondiale, una cosa da libri di storia, inimmaginabile, nemmeno dalla più catastrofica delle menti ansiose.
Due anni di pausa dai miei problemi, un cambio totale di prospettiva, ma anche un’occasione per testare il mio allenamento. Le persone accanto a me moriranno, potrebbe accadere anche a me, potrebbe accadere proprio perché io sbaglio qualcosa. Il sogno realizzato di ogni mente paranoica. Finalmente tutti i miei sforzi saranno ripagati, l’impegno non è stato vano. Ho rubato la gioia al mio passato preoccupandomi per il futuro e ho avuto ragione.
Hai visto, papà? Sono stata brava? Dimmi che sono stata brava e io non avrò più niente da chiedere alla vita. E potrò cominciare a vivere.
È sempre nel futuro, il momento giusto in cui ci si potrà permettere di rilassarsi, in cui tutto starà andando bene, tutti saranno felici e soddisfatti di me, compresa io. Ecco la morte del presente che è entrata in me, impedendomi di vivere senza morire.
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