336. I lunedì sera 5/5

Mi ridestai, tornai a Ture, che stava spegnendo la sigaretta e faceva per alzarsi.

Pensai che fosse il momento giusto per chiedergli di quel soprannome, Jeff, di cui ancora non riuscivo a ricordare l’origine.

Aprii la bocca ma la mia domanda fu interrotta da un’ovazione proveniente dall’ingresso: Nina era tra noi, e portava in braccio una neonata.

Arrivava sempre dopo, Nina. Aveva iniziato a frequentarci quando noi eravamo già con un piede nell’età adulta, presto ci saremmo dispersi, nella nebbia del nord, nel matrimonio, il lavoro, i figli, i genitori malati, un cattivo investimento, un’autostrada. Anche quella sera Nina arrivò tardi, quando era chiaro che il meglio c’era stato, ma lei ravvivava come un fascio di sterpaglia secca sulla brace. Stava presentando sua figlia, seguita dalla compagna, una ragazza che non conoscevo. Aveva sempre avuto dei giri tutti suoi, Nina. Non fece in tempo a staccarsi dalla bambina che in quattro la trascinarono al biliardino e la pregarono di giocare una partita. Lei guardò la sua famiglia trattenendo un sorriso, poi si tirò su i capelli e furono cori da stadio.

Al biliardino era un asso ed era un piacere guardarla. Le sue mosse artistiche, gli occhi concentrati, quelle labbra sottili orientate a un sorriso dolce, avremmo voluto baciarle tutti almeno una volta. Con qualcuno c’era pure stata, ma sempre in quel modo suo impalpabile, come un profumo che senti prima di lasciare la stanza.

Non so quanto tempo passammo a ridere e ricordare, seguendo i tiri parabolici di Nina al biliardino, i lanci perfetti delle freccette di Rocco, i peli del culo di Ciccio fuori dai pantaloni sotto al tavolo da ping pong. Il tempo sembrò andare a scatti, si fermava, poi faceva un balzo, saltava un ostacolo, correva via. Così mi sorpresi quando Ture mi disse:

«Tra cinque minuti andiamo?» e vidi che erano passate le due.

Più tardi, nel suo letto, gli chiesi di quel soprannome.

«Perché lo chiamavamo Jeff? Sto impazzendo.»

«Vuoi saperlo per scriverci una storia?»

Lo sputò così, senza preavviso.

«Hai letto le mie cose?» mi sorpresi.

«Scrivi sempre di noi. La vita in provincia non passa mai di moda.» sentenziò scivolando sotto al piumone.

«Chiedimi di restare.» gli buttai in faccia così, come usava fare lui con la verità, ma lui era pragmatico e disse: 

«Che senso avrebbe? Sei tu a decidere.» 

Non mi aspettavo niente di diverso. 

«Vieni tu, da me.» sussurrai mentre lui si aggrappava al mio grembo. Sbadigliò, poi: «Casa è il posto che non ti segue, così puoi ritornare.» disse citando uno dei miei racconti, e si lasciò andare al sonno



Lascia un commento

About Me

Siciliana, scrittrice e creatrice di storie. Nella sua vita è stata (in ordine sparso): copywriter, social media manager, project manager, collaboratrice scolastica, fotografa, artigiana, brand manager, web editor, content creator, insegnante. Attualmente collabora con Shining Bees, dove si occupa di raccontare storie e fornire idee.

Sogna un mondo in cui le persone amino i lunedì, settembre e le verdure al vapore. Gattara, ama leggere, fare l’uncinetto e camminare. Odia le etichette, i posti affollati e scrivere biografie. Citazione preferita: “Delle proprie opere non bisognerebbe dir nulla. Lasciar parlare esse, e basta.” Italo Calvino, presentazione per I racconti.