Anche io mi sedetti al tavolo con loro. Pinuccio aveva avviato una conversazione-monologo indirizzata solo a Ture. L’argomento era l’ultimo film di John Wick, che sembrava essere la cosa migliore che Pinuccio avesse mai visto. Ture aveva tirato fuori una scatolina e si era subito messo a preparare uno spinello. Finito il lavoro, lo consegnò a Pinuccio, che si lanciò verso l’uscita senza nemmeno dire grazie.
I miei occhi fissavano Ture e le mie sopracciglia pretendevano una spiegazione. Lui mi guardò scocciato, poi mi raccontò che con la morte della nonna Pinuccio era rimasto completamente orfano e si era ridotto molto male.
«Se gli diamo da fumare, dice che smette di farsi.»
«E questa cosa funziona?»
Ture alzò le spalle.
«I lunedì sera.»
Non sapevo cosa dire, non pensavo nemmeno di poter dire qualcosa, dopo tutti quegli anni, così restai in silenzio. Ture fumava osservando da vicino la sua sigaretta, io per distrarmi mi guardai intorno. La piccola cantina si era riempita senza che me ne accorgessi, gente mai vista, e poi: Daniele. Quando appoggiò la mano felpata sul tavolo da biliardo, notai che portava la fede. Molte ragazze erano entrate nel gruppo per lui ma poi erano rimaste con qualcun altro. Lui restava fedele all’amore del liceo, sempre, negli anni. A parte quel pomeriggio insieme al mare, sotto la pioggia. Un incontro casuale che restava in quella giornata, nel passato.
Daniele si accorse che lo stavo fissando e mi fece l’occhiolino. Poi afferrò una palla fasciata e protestò vivacemente contro il suo avversario ridendo a pieni denti con la sua bocca stupenda.
Quella risata.
Quella domenica bagnata.
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