Voci e risate arrivarono dalle scale e il mio cuore fece “tic”. Subito guardai verso l’ingresso trattenendo l’aria, la rilasciai quando vidi Giampaolo detto Jeff. Lo seguiva Ture il pragmatico. Un altro “tic”.
Non ricordavo perché chiamavamo Giampaolo “Jeff”. Quando mi vide allargò le braccia, i soliti occhi semichiusi e lo stesso sorriso caldo che ricordavo. Ci abbracciammo, mi rivolse tutte le domande canoniche, senza saltarne nemmeno una, poi si scusò profondamente e mi lasciò per andarsi a prendere una birra. Lanciai uno sguardo a Ture il pragmatico, che già era vicino alle casse bluetooth ad armeggiare con il telefono. Dopo qualche secondo Smell like teen spirit riempì la stanza. Lui si voltò e mi fece un cenno con il mento. Io lo ricambiai e seppi in quell’istante che saremmo tornati a casa insieme. Mi piaceva che non si fosse lamentato per la mancanza della musica ma che, semplicemente, ci avesse pensato lui. Il suo soprannome veniva da questa predisposizione a prendere l’iniziativa senza perdere tempo in lamentele. Ma da dove avevamo tirato fuori quel Jeff?
Mi stavo avvicinando a Giampaolo per chiederglielo quando arrivò Tano detto Totò. Era ancora il bel ragazzone alto e forte che ricordavo, ma i suoi occhi non erano più vispi e molesti come una volta. Ci salutammo e subito mi chiese informazioni sulla mia vita. Io ricambiai la curiosità. Mi disse che per un po’ aveva fatto il camionista in nero, poi aveva iniziato a produrre olio, quell’anno gli era venuto così buono che aveva venduto tutto e non gliene era rimasto nemmeno per lui. Sembrava molto stanco ma soddisfatto. “E Giovanna?” domandai ingenuamente.
Lui strinse le labbra e restò in silenzio, poi le sciolse in un sorriso, mi appoggiò una mano sulla spalla e mi indicò Beppe che agitava la mano con il mio panino fumante. Ci avvicinammo al bancone, lui chiese una birra e io presi il mio panino. La nostra chiacchierata finì lì.
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