La Paracquara amava andare al cinema. Le piaceva così tanto che ci andava ogni giorno, anche se doveva attraversare la città.
La Paracquara era anche una ritardataria cronica. La sua concezione del tempo non andava mai oltre il momento presente, tutti gli altri momenti potevano aspettare.
Così entrava nella sala buia del teatro quando il film era già iniziato da una buona mezz’ora, ma non si doveva preoccupare: trovava sempre qualcuno che la aiutava a raccapezzarsi, nella sala e con la storia. L’importante era: capire chi è il buono, chi è il cattivo e cosa c’è in palio.
La Paracquara aveva anche un’altra caratteristica: parlava solo in dialetto. Lo capiva l’italiano, sì, grazie ai film, ma parlarlo? No, mai.
Quel pomeriggio La Paracquara scosta la pesante tenda vellutata e approfitta del piccolo raggio di luce per individuare in un istante un posto libero cui puntare. Si avvicina furtiva e chiede:
«Scusassi, mi pozzu ‘ssittari?»
«Prego, Signora, certamente.»
«Scusassi ah…»
«Prego… prego.»
Si accomoda. Tiene la borsa sulle ginocchia, poi fa per appoggiarla a terra ma ci ripensa e la posa sulle gambe.
«Scusassi ah, chi mi pessi?» chiede alla fine al suo vicino.
Il ragazzo la guarda indeciso, poi le avvicina le labbra all’orecchio e le fa un breve riassunto della trama. La Paracquara ringrazia.
Dopo qualche scena d’azione, lo schermo mostra un dialogo in primo piano.
«Scusassi, chistu cu è?»
Il giovane sforza un sorriso.
«Il protagonista.»
«Ah eccu. E chista cu è?»
Il ragazzo inizia a sbuffare.
«La sua zita, signora. Per piacere.»
«Ah ah, va beni.»
Passano pochi minuti.
«E chistu cu è, u disgraziatu?»
«Eh no, signora! U disgraziatu fui iù ca vi fici ‘ssittari!”»
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