239. Calliginefobia (Parte 2)

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Tic tac, tic tac, tic tac, il suo andare segnava l’andare del tempo. Il vento esisteva solo per passarle tra i capelli. Mai stelle più luminose erano apparse nei cieli se non i suoi occhi, lunghe le gambe, sembravano autostrade per la felicità, e la bocca, ah la bocca! Si apriva e si chiudeva per mostrare e nascondere i tesori che custodiva, e il sorriso era una lama di pugnale nel fianco all’improvviso. Tutte le preghiere degli uomini del mondo erano state esaudite con la sua venuta e il suo tocco era guaritore dai mali. La madonna delle madonne era scesa in terra. Lei lo avrebbe guarito per sempre, lo avrebbe liberato da quella rete che gli intrappolava il cuore da quando sua madre gli aveva detto “Ti salvo, Albertuzzo mio, da questa vita di povertà. Tu sei nato delicato e non te la meriti un’esistenza come la mia!” Le sue ultime parole prima di buttarsi nel mare trascinandolo con sé. Ma non lo sapeva la mamma che se ti tuffi così forte nel mare ci affondi? E infatti lei era andata a fondo, e lo teneva abbracciato stretto, ma lui aveva voluto respirare e scalciando si era liberato del dolce abbraccio materno per riaffiorare al dolore.

Ora questa seconda madre gli stava davanti e lo fissava nella sua vera faccia. Gli occhi di lei sembravano cercare in tutta la figura di Alberto una spiegazione a quella immagine confusa di uomo travestito da un altro uomo. “Dove te ne vai così tutto coperto che è estate?” gli disse come se non fosse un angelo ma una fimmina come le altre, e sorrise.

Finalmente era arrivata. Alberto fu certo che quello era il giorno. Lo sapeva che sua mamma non lo aveva abbandonato, che sarebbe tornata per svelargli i segreti degli abissi, e lui non avrebbe più avuto paura di niente.

Alberto si lanciò contro la ragazza a braccia spalancate. I limoni rotolarono sul pavimento della piazza e giù per le scale. La madonna fatta carne schivò quel carico di impermeabile e passione fuggendo verso il gruppo di uomini che osservavano stupefatti la scena. “Guardate, Alberto non si spaventa più delle femmine! Vai Alberto!” e Alberto andava. Continuava a lanciarsi verso la donna che implorava aiuto percorrendo la piazza tra le risa di tutti, fuorché le sue e quelle di Alberto.

Quando si accorsero di quello che stava accadendo, era già successo.

Il fiatone lo faceva suonare come un caprone in accoppiamento, tutto coperto com’era sotto il sole caldo di luglio, le braccia alzate e le mani tese verso il cielo lo facevano sembrare gigantesco, la bocca deformata da un sorriso, gli occhi completamente bianchi. “Mmmaammmaa” urlò mentre si tuffava verso la salvezza. Ma la salvezza lo schivó ancora e l’impermeabile volò al di là della balconata, dentro il mare, fin giù nell’abisso, leggero e lucido come non era mai stato.

Ora pure lui era un segreto del mare.