Smisi di guidare all’improvviso, dopo la morte di papà. Eppure non era stato un incidente a portarselo via, ma una generica, comune malattia.
Di colpo, tutte le micro decisioni necessarie quando si è nel traffico mi sembravano dilemmi, ostacoli insuperabili, così rinunciai.
Avevo perso la mia guida.
Passai ai mezzi pubblici, maledicendo sempre i ritardi e gli scioperi, mai la mia paura.
Funzionò finché non tornai a vivere in Sicilia, dove i mezzi pubblici erano un incubo, quando c’erano. Fui grata per il periodo che tutti passammo in casa, lontani ma al sicuro, però poi la vita ricominciò a scorrere e dovetti farci i conti.
Iniziai sedendomi al posto guida con la macchina parcheggiata in garage. Contavo i respiri, chiudevo e riaprivo gli occhi, immaginando la strada. Cominciai anche ad allacciare e slacciare la cintura, a riabituarmi al gesto, al rumore del vinile che scorreva.
Mani sul volante, sguardo dritto, piede sulla frizione. Cambiavo le marce a motore spento.
Poi fu il momento di girare la chiave. Ogni giorno speravo che piovesse per avere una scusa e rimandare l’uscita, ma era un giugno caldo e secco da entroterra siciliano e il cielo non voleva collaborare.
Il rombo della Panda fu lo stesso di sempre, mi ci riconobbi.
La prima uscita la feci intorno alla casa, prima, seconda, e retromarcia.
Le volte successive provai a ore diverse del giorno, luci accese, spente, fari alti e bassi, senza allontanarmi troppo dal mio garage.
Quando mi ritrovai a guidare lungo le curve della statale 124 quello che mi sorprese fu il panorama. Avevo dimenticato quant’era bella mamma Etna ricoperta di neve, quando il cielo è così azzurro da fare male agli occhi, la luce potente rischiara la vallata, e sembra quasi di poterla toccare, la montagna.
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